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Piccolo atlante
italiano - Gli anni Cinquanta e Sessanta

Ivan Vandor
C’è Musica
& Musica
Vorrei cominciare con i sette compositori scelti dal celebre
critico musicale Mario Bortolotto per il suo Fase seconda – Studi sulla nuova musica (Bortolotto 1969), un testo
fondamentale per comprendere la musica degli anni Cinquanta e Sessanta: Luigi
Nono, Luciano Berio, Aldo Clementi, Niccolò Castiglioni, Franco Evangelisti,
Franco Donatoni e Silvano Bussotti. Tutti nomi che si sono imposti a livello
internazionale, ed in maniera particolare Nono, Berio e Donatoni. Ai quali
aggiunge poi Bruno Maderna, un autore che si dimostra sempre di più, col
passare degli anni, come uno dei più significativi ed interessanti di quel
periodo, e tra i giovanissimi di allora, Ivan Vandor, che è stato maestro di
chi scrive.
A questi vanno aggiunti i cosiddetti ‘dodecafonici’
italiani. Quelli che si convertirono con passione e totale convincimento al
metodo di comporre con i dodici suoni di Arnold Schoenberg (teorizzato negli
anni Venti). Luigi Dallapiccola (Pisino d’Istria, 1904- Firenze, 1975,uno dei
più grandi compositori italiani del Novecento), fu il primo tra tutti, e ha
fornito a mio avviso tra gli esempi in assoluto più belli di questo nuovo
linguaggio, sapendo combinare la cantabilità italiana col rigore germanico, in
composizioni come Canti di prigionia,
e Cori di Michelangelo, ad esempio. E
poi Giacomo Manzoni (Milano 1932) e Camillo Togni (Gussago, 1922 – Brescia,
1993), entrambi molto attivi anche come didatti.
E forse è il caso allora di citare proprio la rosa dei
grand maestri ai quali la maggior parte delle giovani generazioni possono
ricondursi. Il decano dei grandi maestri di composizione del Novecento, figura
che ha attraversato davvero tutto il secolo, è stato Goffredo Petrassi
(Zagarolo, 1904 – Roma, 2003 -(http://www.gianlucabaldi.it/index.php?id=51). Altri
importanti compositori che si sono dedicati intensamente e diffusamente
all’insegnamento sono stati Franco Donatoni (Verona, 1927 – Milano, 2000),
Bruno Bettinelli (Milano 1913 – New York, 2004), Ivan Vandor (Pècs, 1932), Azio Corghi (Cirié 1937), Salvatore
Sciarrino (Palermo, 1947), Domenico Guaccero e Mario Bortolotti.
Nel febbraio
del 1972, uno dei compositori italiani più importanti della seconda parte del Novecento,
Luciano Berio, inaugurò sulla Rai, un
ciclo di trasmissioni serali (alle 21,15) dedicate alla musica con “C’è Musica
& Musica”. Nella prima puntata (in tutto sarebbero
state dodici) Berio rivolse una serie di domande provocatorie a molti dei
compositori più famosi ed influenti di quegli anni, come John Cage e Karlheinz Stockhausen,
Bruno Maderna e Krzysztof Penderecki: «Che cos’è la
musica? Perché si fa la musica? Esistono diverse musiche o c’è una musica
sola?».
È evidente che negli anni Settanta ci fosse ancora una
grande attenzione, soprattutto da parte delle istituzioni e dei media, nei
confronti di tutte quelle musiche che si distinguevano, a volte
traumaticamente, dalla musica commerciale e popolare. C’era molta curiosità, e
c’era la convinzione diffusa che quel tipo di musica, ‘apparentemente’ tanto
ostica ed incomprensibile ai più, sarebbe diventata col tempo naturale. Leggete
cosa dichiara Karlheinz Stokhausen nel corso dell’ottava puntata (Fuga a più voci), dedicata proprio alla
musica contemporanea: «Io stesso sono padre di sei bambini, che fanno parte di
una generazione venuta dopo e che evidentemente si trova spontaneamente a suo
agio nel mondo moderno e vuole sentire questa musica e trova naturalissimo
ascoltarla» (http://www.teche.rai.it/2015/10/luciano-berio-sulla-musica-contemporanea/).
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